Nella realtà scolastica vi è una crescente attenzione all’inclusione, che trova espressione nel nuovo concetto di salute proposto dall’OMS: non semplice mancanza di malattia, ma stato di benessere psico-fisico e sociale. Ed è in questo ambito che si inserisce la classificazione ICF: uno strumento che contempla tutti gli aspetti della salute umana e alcune componenti del benessere e che consente di utilizzare un linguaggio comune a tutti coloro che si occupano della persona con disabilità, permettendo coerenza e interdisciplinarietà negli interventi.

Numerose sono le ricerche che documentano come le condizioni ambientali esercitino un’influenza importante sul benessere dell’individuo. Anche dal punto di vista psicologico si ritiene che il benessere/malessere di una persona sia soprattutto il risultato delle relazioni che essa instaura con l’ambiente in cui vive … e non solo fisico, ma con le strutture sociali e culturali che danno significato alla sua vita. Nell’ambito scolastico, molto importante è, quindi, la sempre maggiore attenzione a creare ambienti di apprendimento formativi sempre più rispondenti alle inclinazioni degli studenti, nella prospettiva di valorizzare gli aspetti peculiari della personalità di ciascuno.

L’ interdipendenza tra il benessere psicologico della persona e l’apprendimento (quindi anche la qualità dell’insegnamento) ha basi scientifiche. Ce lo conferma anche Goleman.
La felicità, infatti, “aumenta l’attività di un centro cerebrale che inibisce i sentimenti negativi, aumentando così la disponibilità di energia insieme all’inibizione dei centri che generano pensieri angosciosi. Questa configurazione offre all’organismo un generale riposo, e lo rende non solo disponibile ed entusiasta nei riguardi di qualunque compito esso debba intraprendere ma anche pronto a battersi per gli obiettivi più diversi( Goleman, D. Intelligenza emotiva. Milano, Rizzoli, 1996).

Il tema dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità è tornato al centro delle questioni attuali della scuola italiana, grazie anche alla approvazione, il 13 aprile 2017, del Decreto legislativo n. 66/2017Norme per la promozionedell'inclusione scolastica degli studenti con disabilità”, attuativo della Legge 107/2015.

Cosa cambierà concretamente? Il decreto riuscirà a realizzare quanto scritto nell’articolo 1? “ L'inclusione scolastica (…) risponde ai differenti bisogni educativi e si realizza attraverso strategie educative e didattiche finalizzate allo sviluppo delle potenzialità di ciascuno (…) nella prospettiva della migliore qualità di vita; si realizza nell'identità culturale, educativa, progettuale, nell'organizzazione e nel curricolo delle istituzioni scolastiche …”

L’emergenza sanitaria che l’Italia sta attraversando ha reso necessari, nell’arco di pochi giorni, provvedimenti che richiedono alle scuole di attivare, per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, una didattica a distanza (DaD). Occorre quindi che i docenti riprogettino in modalità a distanza le attività didattiche che avevano previsto, evidenziando anche i materiali di studio e la tipologia di gestione delle interazioni con i propri alunni. Ma quali sono gli strumenti e le modalità che la scuola è chiamata ad usare per attuare la didattica a distanza anche per gli alunni con bisogni educativi speciali (BES)?

È finalmente arrivato nelle scuole il nuovo modello unico di Piano Educativo Individualizzato (PEI). L’adozione di questo nuovo strumento e delle Linee guida allegate implica la necessità di tornare a riflettere sulle pratiche di inclusione e costituisce una guida per un loro eventuale miglioramento. Il Decreto interministeriale n. 182 del 29 dicembre 2020 ha definito non solo i nuovi modelli di Piano Educativo Individualizzato (PEI) ma anche le nuove modalità per l'assegnazione delle misure di sostegno per gli studenti con disabilità.

Essere docenti oggi significa essere consapevoli di entrare a fare parte di una grande e complessa comunità educativa, in cui si è chiamati a svolgere un articolato percorso formativo, un percorso di acquisizione di competenze specifiche mirate all’insegnamento e non solo. I docenti sono chiamati a leggere la realtà della società per individuarne le tendenze di sviluppo e poter meglio identificare gli obiettivi educativi e formativi in comunità scolastiche sempre più eterogenee.
Uno scenario che richiede di essere inclusivi.

Ieri saper gestire una classe significava soprattutto saper mantenere la disciplina. Oggi i contesti educativi sono sempre più problematici e saper gestire una classe significa saper conoscere bene i propri studenti e le loro problematiche personali e/o familiari; saper proporre delle attività significative e in modo attraente per portare tutti gli allievi al successo formativo. La gestione della classe, però, non è sempre facile ed è proprio per questo che dovrebbe basarsi su solide conoscenze, derivate da teorie e da ricerche sui bisogni personali e psicologici degli allievi e sulle proprie competenze relazionali e professionali.

Al via i corsi di specializzazione per preparare i "nuovi" insegnanti di sostegno per le scuole di ogni ordine e grado. Infatti, in data 8 febbraio 2019, il Ministro dell'Istruzione ha firmato il Decreto 92, "Disposizioni concernenti le procedure di specializzazione sul sostegno", dando così il via ad un tanto atteso itinerario riguardante la specializzazione degli insegnanti di sostegno per le scuole di ogni ordine e grado.

Oggi si parla solo più di inclusione, ma non sempre lo è! Molto spesso si è semplicemente sostituito il termine integrazione con inclusione.
Vogliamo farvi conoscere un progetto di “vera inclusione” che si sta svolgendo in una scuola di un paesino della cintura di Torino dal 2002. Un esempio concreto di come si può fare inclusione (non semplice integrazione) tutti insieme (scuola, famiglie, sanità, amministrazione locale, comunità territoriale), andando oltre le problematiche di insegnanti e di numero di ore di sostegno .

Da alcuni mesi stiamo assistendo ad un assiduo dibattito tra i sostenitori e i detrattori della didattica a distanza. Ma siamo sicuri che il problema stia nella scelta tra didattica in presenza (DIP) e didattica a distanza (DaD) o è il modello di insegnamento prevalente a non essere più adeguato ai tempi, indipendentemente dalle modalità di fruizione, in presenza o a distanza?
Ne hanno parlato alcuni esperti il 26 novembre 2020, nel convegno La didattica universale non conosce distanza: è digitale, integrata e flessibile, organizzato da Rete Innovazione in collaborazione con Tuttoscuola, che si è svolto presso Job&Orienta.

Le notizie dell’ultimo periodo dimostrano con chiarezza che lavorare nella scuola, sia come insegnante sia come dirigente, sta diventando sempre più difficile e pesante.
Sono numerosi gli articoli, infatti, che riportano dati e numeri che dimostrano come il sovraccarico di lavoro generatosi negli ultimi anni sia oggettivo e difficilmente sostenibile nel lungo periodo.
Inoltre, la crisi dell’alleanza educativa è sempre più evidente. Gli esperti ci spiegano, che molti dei conflitti e delle tensioni che si registrano tra i diversi soggetti (docenti, studenti, genitori, dirigente scolastico...) trovano origine in atteggiamenti di natura emotiva che fanno percepire l’altro come minaccia o come nemico. Diventa indispensabile pertanto approfondire le questioni legate all’affettività per poter attuare un intervento pedagogico in grado di promuovere quelle competenze socio-emotive (Socio Emotional Skills - SES) indispensabili non solo a scuola, ma anche nel mondo del lavoro e nella società in genere.

Cosa significa strategia? Cosa significa metodologia? Quali sono lestrategie e le metodologie più inclusive? Perché è importante utilizzarle?

La didattica trasmissiva ed esercitativa non basta più: genera sempre più estraniazione e rifiuto negli alunni, che troppo spesso non riescono a capire il senso e il significato delle proposte della scuola. Con la sola lezione tradizionale (frontale) si trasferiscono  informazioni e non sempre si riesce a promuovere un apprendimento significativo. Gli studenti assumono un ruolo passivo,  il livello di  attenzione diminuisce. Per non parlare di tutti quegli alunni che evidenziano un disturbo o una difficoltà nell’apprendimento e nella partecipazione sociale, rispetto alla quale è richiesto un intervento didattico mirato, individualizzato e personalizzato, nel momento in cui le normali misure e attenzioni didattiche inclusive non si dimostrano sufficienti a garantire un percorso educativo efficace. Ecco perché ogni docente deve individuare  le metodologie  e le strategie più adatte  ad assicurare  il massimo grado possibile di apprendimento ad ogni suo allievoin relazione alle  sue specifiche caratteristiche, ai suoi  bisogni e valorizzando le sue peculiari differenze.

Una società è inclusiva quando è capace di promuovere uguaglianza di opportunità per tutti, a prescindere dalla loro provenienza e delle loro differenze, di modo che possano realizzarsi pienamente nella vita. Si devono prevedere e perseguire azioni che promuovono un processo formativo basato su un sistema formativo integrato, in cui agenzie e offerte formative, diverse per tipo e fascia di età interessata, ma allo stesso tempo complementari nei ruoli svolti, permettono a ciascun individuo di costruire il proprio percorso formativo. A tale scopo si deve ideare e promuovere un processo formativo complessivo che prevede la costruzione di  percorsi, gestiti dalle diverse agenzie formative, che permettano agli individui il raggiungimento di obiettivi di apprendimento. Solo così tutti gli apprendenti possono veramente appropriarsi di risorse culturali rese accessibili e disponibili attraverso un processo formativo che permette la costruzione di percorsi individuali, invece di cercare meramente di adeguarsi a norme e prassi precostituite da cui vi è rischio di sentirsi progressivamente più alienati.

Il concetto di inclusione non sempre a tutti è chiaro. Spesso viene confuso con integrazione o addirittura rischia di essere usato a vanvera, in discorsi retorici.
Occorre fare chiarezza! L’inclusione è un processo continuo, quotidiano, in cui tutti gli insegnanti e i percorsi di apprendimento devono poter rispondere alle differenze dei vari soggetti in un’ottica di sostegno distribuito. Non basta integrare le diversità, occorre fare spazio alla ricchezza della differenza, adeguando, di volta in volta, gli ambienti e le prassi in base ad ogni specifica singolarità.
Applicare la direttiva sui BES o i decreti 66/2017 e 96/2019 non basta per essere inclusivi!
Come capire se la propria scuola ha contesti inclusivi? Come far sì che si possano realizzare quei processi inclusivi che devono caratterizzare la scuola e la società odierne?

Quali sono i problemi che affliggono la nostra scuola? Questa è la domanda che si pone Attilio Oliva, il presidente dell’ Associazione TreeLLLe, nella sua introduzione e guida alla lettura del Quaderno n. 15, uscito il 15 aprile 2019,  intitolato   “Il coraggio di ripensare la scuola”. La proposta è interessante: “...  ripensare con coraggio il proprio sistema scolastico sulla scorta (...) delle esperienze più efficaci dei paesi avanzati”  per riuscire a creare “una generazione di  giovani adulti più pienamente realizzati, in un paese che avesse deciso di investire in se stesso e nei propri cittadini.”

Dal giorno 6 novembre 2020 e fino al 3 dicembre, salvo ulteriori proroghe, nelle istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado il 100% delle attività viene svolto tramite il ricorso alla didattica digitale integrata (DDI).A queste si stanno via via aggiungendo, a seconda delle regioni, anche le classi seconde e terze della scuola secondaria di primo grado e, dove le aule vengono chiuse per motivi sanitari, anche alcune classi della scuola primaria. E gli studenti con BES? Come organizzare la DDI in un’ottica inclusiva?

Stiamo vivendo un momento storico particolare: basta guardare un qualsiasi telegiornale per avere una chiara visione dei problemi che possono porsi i ragazzi di oggi. Nelle nostre classi non sempre si respira un ambiente sereno. La scuola e la classe dovrebbero, invece, essere il luogo ideale per potersi incontrare e interagire, con la giusta attenzione sia alle componenti cognitive sia a quelle affettive e relazionali. In classe dovrebbe star bene sia gli studenti sia i docenti ed è proprio per questo che è fondamentale l’educazione socio/affettiva che permette di creare situazioni d’apprendimento in cui poter star bene tutti, insieme, e lavorare in serenità.

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