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Mano che estrae un mazzo di fiori gialli da un cilindro grigio, metafora della creatività, del pensiero complesso e dell'educazione secondo Edgar Morin.

Grazie, Edgar Morin

La scomparsa di un grande maestro

Il 29 maggio 2026, all'età di 104 anni, si è spento Edgar Morin (all'anagrafe Edgar Nahoum), filosofo e sociologo francese, parzialmente italiano e spagnolo, cittadino del mondo, intellettuale di spicco nel panorama internazionale.

Morin ha attraversato il secolo delle ideologie, delle guerre, delle ricostruzioni, delle crisi della modernità, della globalizzazione, dell’ecologia, della società planetaria. 

Ed è proprio grazie al suo sguardo laico e lucido sulla realtà, alla sua capacità di lasciarsi stupire dalla forza degli eventi di cui è stato testimone e protagonista per un intero secolo, che ha potuto lasciarci in eredità una visione culturale dell’uomo in senso globale e transdisciplinare, così da essere diventato il simbolo del “pensiero della complessità”.

Ma va ricordato anche come uno dei pochi pensatori che ci hanno insegnato a diffidare delle semplificazioni proprio quando esse appaiono più seducenti. Ad esempio quella offerta dall’Intelligenza Artificiale (IA): una tecnologia che promette risposte immediate, sintesi ordinate, previsioni rapide, testi ben costruiti, immagini persuasive, soluzioni operative.
(Approfondimenti nel pdf scaricabile - Morin e l’Intelligenza Artificiale)

Egli auspica una riforma profonda dell'educazione, fondata sulla sua missione essenziale, che già Rousseau aveva individuato: insegnare a vivere. Si tratta di permettere a ciascuno di sviluppare al meglio la propria individualità e il legame con gli altri, ma anche di prepararsi ad affrontare le molteplici incertezze e difficoltà del destino umano.

In Italia, il pensiero pedagogico di Morin si trova alla base del lavoro svolto dalla Commissione che il ministro Fioroni nominò nel 2007, presieduta da Mauro Ceruti e coordinata da Italo Fiorin: è da lì che nacquero le Indicazioni Nazionali per il primo ciclo del 2012, ora sostituite dalle Nuove Indicazioni nazionali del 2025. 
(Sulla strada delle nuove Indicazioni nazionali)

Morin propone una riforma del pensiero che non separi l'osservatore dall'oggetto osservato, ma che unisca l'ordine e il disordine, il locale e l'universale, per imparare a navigare nell'incertezza e nel mutamento del mondo contemporaneo.

La "testa ben fatta": il cuore della pedagogia di Edgar Morin

Il cuore del suo messaggio era formare una  "testa ben fatta: concetto introdotto nel XVI secolo dal filosofo francese Michel de Montaigne nei suoi celebri Saggi (Essais, 1580): "Mieux vaut une tête bien faite qu'une tête bien pleine" -  È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena. Con questa metafora, Montaigne criticava il sistema educativo del suo tempo, basato sul vuoto nozionismo e sulla pura memorizzazione meccanica di dati (la testa "ben piena") e sosteneva, invece, la necessità di un'educazione che sviluppasse il pensiero critico, l’attitudine a ragionare autonomamente anziché assimilare passivamente concetti altrui (la testa “ben fatta”), nonché la scelta di educatori capaci di guidare e non solo di trasmettere nozioni.

In epoca contemporanea, proprio grazie a Morin e al suo saggio pedagogico intitolato La testa ben fatta. Riforma dell'insegnamento e riforma del pensiero (1999), la formula è diventata famosa in tutto il mondo. Nel suo libro, infatti, il filosofo riprende l'intuizione di Montaigne per adattarla alla complessità della società moderna: in un mondo in cui le informazioni sono sovrabbondanti e accessibili a tutti, la scuola non deve più puntare ad accumulare sapere, ma a fornire gli strumenti logici per collegare i diversi saperi (attraverso operazioni di interconnessione e di separazione), dare loro un senso e risolvere problemi globali e interdisciplinari.
(Approfondimenti nel pdf scaricabile - Morin e i giovani)

Morin propone di applicare il concetto di "testa ben fatta" nella scuola moderna attraverso una riforma totale del pensiero e dei programmi scolastici, superando la rigida separazione tra le materie a favore del pensiero complesso. 
(Approfondimenti nel pdf scaricabile - In che modo Morin propone di strutturare la riforma nei diversi livelli scolastici?)  
Per lui, infatti, l'errore più grande della scuola moderna è proprio l'iper-specializzazione: insegnare a isolare i dati anziché collegarli. 

Nella società contemporanea, caratterizzata da un eccesso di informazioni parcellizzate, accumulare dati non serve più. La scuola deve invece insegnare a organizzare, collegare e contestualizzare le conoscenze. 

I quattro pilastri della scuola secondo Morin

La scuola deve insegnare a vivere. Per Morin, vivere non è un fatto puramente biologico: è, a tutti gli effetti, un mestiere che va appreso, un'arte complessa per la quale la scuola e la società dovrebbero fornire gli strumenti adatti. Vivere (non sopravvivere!) significa fioritura personale, partecipazione alle comunità, amore, poesia e ricerca di senso. 

Nel pensiero della complessità, vivere significa accettare che la realtà non è lineare, prevedibile o racchiusa in formule fisse. "Vivere è navigare in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze."                                                                             
Apprendere il "mestiere di vivere" significa sviluppare una mente flessibile, capace di affrontare l'inatteso, il rischio e l'errore senza farsi paralizzare dall'angoscia.                                  
La scuola tradizionale insegna certezze dogmatiche; Morin chiede invece di insegnare delle strategie per affrontare l'incertezza.

Affinché la scuola diventi una "scuola di vita", Morin articola la sua proposta pedagogica in quattro pilastri fondamentali:

1. Abbattere i muri tra le discipline (interdisciplinarità), anziché continuare a separare nettamente le materie (es. la fisica dalla filosofia, la biologia dalla letteratura): l’iperspecializzazione rende miopi e incapaci di vedere i problemi globali. La soluzione è quella di creare percorsi trans-disciplinari in cui scienze naturali e materie umanistiche dialoghino costantemente. Per capire problemi attuali come il cambiamento climatico, occorre, ad esempio, unire geografia, economia, biologia, storia e politica. Nessuna disciplina, nessuna persona può capire il mondo da sola.

2. Sviluppare un'attitudine generale a porre problemi. Una "testa ben fatta" non è quella che risponde a quiz mnemonici, ma quella che sa fare le domande corrette. La soluzione è quella di stimolare l'uso del dubbio, della curiosità naturale del bambino/ragazzo e dell'intelligenza generale. Gli studenti devono imparare a usare la logica e l'argomentazione per legare il particolare al generale, comprendendo che "il tutto è più della somma delle parti".

3. Insegnare la "condizione umana". La scuola moderna insegna "frammenti di uomo" (l'uomo biologico in scienze, l'uomo culturale in letteratura, l'uomo sociale in storia), ma perde di vista l'essere umano nella sua interezza. La soluzione è quella di riunificare lo studio dell'uomo. Gli studenti devono capire di essere contemporaneamente esseri biologici, culturali, storici e cosmici, radicando in loro il concetto di cittadinanza planetaria (siamo tutti co-abitanti della stessa Terra).

4. Insegnare ad affrontare l'incertezza. Il sistema scolastico tradizionale insegna certezze assolute e formule fisse. Il mondo moderno è invece dominato dall'imprevisto e dalla complessità. La soluzione: è quella di educare a "navigare in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze". Bisogna insegnare il pensiero strategico, la capacità di modificare l'azione di fronte alle novità e la resilienza mentale.

Oggi viviamo in un mondo in cui non ci sono più i maestri e i libri come unici depositari dei saperi, perché le Tic e il Web sono a disposizione anche del cellulare meno costoso. L’insegnante deve essere l’organizzatore e l’animatore dei saperi dei suoi alunni. Di qui la metafora del direttore d’orchestra.  "Questa nozione di direttore d’orchestra inverte il corso stesso delle lezioni. L’insegnante non distribuisce più come priorità il sapere agli allievi. Una volta fissato il tema di un compito o di un’interrogazione orale, sta all’allievo trarre da Internet, dai libri, dalle riviste e da tutti i documenti utili la materia del compito o dell’interrogazione e presentare il suo sapere all’insegnante. E quindi sta a quest’ultimo, vero direttore d’orchestra, correggere, commentare, apprezzare l’apporto dell’allievo, per arrivare, nel dialogo con i suoi allievi, a una vera sintesi riflessiva del tema trattato" (Insegnare a vivere, p. 104).

Secondo Morin, l'educazione deve fronteggiare tre grandi sfide.

  • La sfida culturale (o cognitiva): colmare la frattura tra la cultura umanistica (che riflette sui grandi dilemmi dell'uomo) e la cultura scientifica (che separa le conoscenze in discipline ultraspecialistiche, frammentando la realtà).
  • La sfida sociologica: gestire il flusso atomico di informazioni della società contemporanea. La scuola non deve più limitarsi a dare informazioni, ma deve insegnare a strutturarle, catalogarle e dar loro un senso.
  • La sfida civica: contrastare l'indebolimento della democrazia. Quando il sapere diventa troppo tecnico e parcellizzato, i cittadini non lo comprendono più e delegano le decisioni agli esperti, perdendo la propria sovranità politica.

I sette saperi necessari per l’educazione del futuro

Per superare queste sfide, il filosofo indica i sette saperi  necessari all’educazione del futuro, pilastri fondamentali che ogni sistema educativo dovrebbe integrare nei propri curricoli:

1. Le cecità della conoscenza: l'errore e l'illusione

L'educazione deve insegnare che la conoscenza non è uno specchio perfetto della realtà, ma una traduzione e una ricostruzione della mente, costantemente esposta all'errore e all'illusione (dovuti a pregiudizi, emozioni o dogmi). Il primo compito è insegnare a pensare in modo critico e a fare un auto-esame permanente.

2. I principi di una conoscenza pertinente

Per essere efficace, la conoscenza deve saper collocare le informazioni nel loro contesto. Bisogna educare la mente a cogliere i legami multidimensionali tra le parti e il tutto, superando la tendenza a isolare i dettagli dal loro ambiente.

3. Insegnare la condizione umana

Siamo unici, ma legati a un destino comune. La scuola deve aiutarci a riconoscere la nostra complessa identità, che è contemporaneamente biologica, psichica, sociale, culturale e storica. Capire l'umano significa unire ciò che le scienze e le materie umanistiche hanno separato.

4. Insegnare l'identità terrestre

Oggi condividiamo tutti una stessa comunità di destino planetaria. L'educazione deve sviluppare una coscienza "terrestre", mostrando che i problemi locali (economici, ambientali, sanitari) si ripercuotono ormai su scala globale e che la Terra è la nostra unica e complessa patria.

5. Affrontare le incertezze

I sistemi educativi hanno sempre insegnato certezze dogmatiche, ma la storia è imprevedibile. Bisogna educare le nuove generazioni a navigare in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze, insegnando loro il coraggio strategico e la flessibilità mentale per affrontare l'inatteso.

6. Insegnare la comprensione

La comprensione reciproca tra umani è il fondamento della pace, eppure è costantemente minacciata da razzismo, xenofobia e fanatismo. Morin distingue tra comprensione intellettuale (imparare i dati oggettivi) e comprensione umana (empatia, apertura verso l'altro, assenza di giudizio immediato). Questa è la vera base dell'etica democratica.

7. L'etica del genere umano

L'educazione deve promuovere un'etica che consideri l'individuo nella sua triplice natura: individuo ↔ società ↔ specie. Da qui si sviluppa la vera cittadinanza del ventunesimo secolo, che richiede il controllo democratico della società da parte degli individui e la piena consapevolezza della nostra responsabilità nei confronti della specie umana.

L’alternativa pedagogica di Morin si basa su tre pilastri fondamentali.

Il pilastro pedagogico Il Principio di Morin Come applicarlo in classe oggi
La testa ben fatta Meglio un'intelligenza generale capace di porre e risolvere problemi, piuttosto che una testa "piena" di nozioni slegate. Privilegiare la didattica per problemi, i compiti di realtà e il dibattito critico (Debate).
L'identità terrestre Siamo tutti cittadini di una stessa "Patria-Terra", legati da un destino comune biologico, fisico e culturale. Sviluppare percorsi di Educazione civica legati alla sostenibilità e alla cittadinanza globale.
Navigare nell'incertezza La conoscenza è un viaggio in un oceano di incertezze, attraverso arcipelaghi di certezze. Insegnare a gestire l'errore e l'imprevisto come tappe fondamentali dell'apprendimento, non come fallimenti.

Per mettere in pratica questa riforma, Morin afferma che gli insegnanti per primi devono cambiare mentalità. 

Il docente non deve essere un mero trasmettitore di programmi ministeriali rigidi, ma una guida che promuove la curiosità, la connessione dei saperi e l'arte di vivere. In questa epoca di crisi, preoccupazioni e difficoltà, non possiamo continuare a vivere come prima, dobbiamo cercare una conoscenza che veda i vari aspetti della verità, la complessità della vita: la conoscenza della conoscenza!

In un suo discorso ai docenti tenutosi online a Napoli nel 2023, Morin afferma che oggi c’è la necessità di riabilitare la professione di insegnante, che non è una semplice professione, ma una vera e propria missione, che però richiede non solo una riforma totale dei programmi, ma anche un cambio di ruolo. Ad es. i docenti devono far capire ai loro studenti che più conoscenza si possiede meglio è. Devono educare a comprendere un mondo sempre più interdipendente e incerto: un insegnamento che appare particolarmente prezioso proprio mentre l’avanzata delle tecnologie digitali rischia talvolta di alimentare risposte semplici a problemi complessi.
(Approfondimenti nel pdf scaricabile - Morin e l’Intelligenza Artificiale)  

Importante lo studio della storia. Importante insegnare la comprensione umana fra i diversi popoli, ma anche tra colleghi, tra padri madri e fratelli. Occorre insegnare a parlare, comunicare e capirsi. Oggi domina l’incomprensione e bisogna cercare invece di capire l’altro, che è diverso da noi, ma con problemi anche lui

Non solo. 

Occorre imparare dall’errore: l’errore serve per vivere! 

Occorre insegnare ai ragazzi le basi per capire le varie possibilità di errore: solo così si può arrivare a conoscenze pertinenti e adeguate. Infatti, egli stesso riconosce  che gli sbagli fatti nella sua vita per lui sono stati generativi. Ad esempio,  solo attraverso l’esperienza del comunismo ha potuto comprendere come si diventa fanatici e divenirne così allergico. Il tutto in nome di un libero pensiero a cui, negli anni,  non è più stato disposto a rinunciare. 

"Piuttosto che la dottrina che risponde a tutto, preferisco la complessità che mette in questione tutto!"

Questa interessante sintesi si trova nel libro autobiografico che Morin ha pubblicato al compimento dei suoi cento anni: "Lezioni da un secolo di vita" (Leçons d'un siècle de vie, 2021), pubblicato in Italia da Mimesis Edizioni alla fine del 2021 (collana Filosofie). La citazione è tratta proprio dalle pagine conclusive dell'opera, in cui il filosofo condensa in brevi aforismi e lezioni di saggezza l'eredità di un secolo di esperienze, di studi e di vicende storiche vissute in prima persona.

Nel testo, egli contrappone i dogmi rigidi alla fluidità della mente:

  • da un lato rifiuta la "dottrina", intesa come un sistema chiuso e ideologico che ha la pretesa di possedere risposte preconfezionate per ogni cosa;
  • dall'altro elogia la complessità, che non offre certezze assolute ma ha il merito immenso di mettere tutto in discussione, mantenendo il pensiero costantemente sveglio e ricettivo.

È esattamente in questo perimetro che si inserisce il suo celebre imperativo metodologico, ereditato fin dai tempi dei frammenti di Eraclito: "attenditi l'inatteso"

Per Morin, l'incertezza e l'imprevisto non sono, quindi, incidenti di percorso da evitare, ma la stoffa stessa della realtà e della storia, a cui dobbiamo aprirci con coraggio strategico e flessibilità mentale.

Egli sostiene che la scuola deve saper "fornire il viatico benefico per l’avventura della vita di ciascuno": ed è proprio in questo "viatico benefico" che dobbiamo scoprire il significato della pluralità intesa come ricchezza di ognuno, necessaria alla crescita di tutti. 

Anche perché per Morin, vivere non è un fatto puramente biologico, né un automatismo. Vivere è, lo ripetiamo, un mestiere che va appreso, un'arte complessa per la quale la scuola e la società dovrebbero fornire gli strumenti adatti.

Edgar Morin ci ha lasciato, ma il suo metodo rimane, resta una bussola. Spetta a noi docenti fare in modo che le nostre aule non siano recinti di materie isolate, ma laboratori di menti aperte, critiche e profondamente umane e che la sua eredità possa continuare a vivere quotidianamente nelle nostre classi.

BIBLIO/SITOGRAFIA

A cura di Viviana Rossi e Maria Enrica Bianchi

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