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Studentessa travolta da una lampadina simbolo di creatività, idee e apprendimento innovativo

Motivazione e appendimento

La motivazione è il motore dell'apprendimento

"Amare la scuola è il primo passo per un apprendimento autentico, un percorso che conduce alla realizzazione personale e alla felicità. Se questo legame non si crea, significa che qualcosa nel sistema educativo non ha funzionato, e diventa necessario ritrovare la direzione giusta, come con una bussola che indichi la via".
(Perché uno studente è demotivato? Dalle neuroscienze all’uso della letterature per infondere motivazione)

Ma cosa si intende per "motivazione"?

"La parola motivazione deriva dal latino "motus" che significa movimento, per questo viene definita come la spinta, il movimento verso un qualcosa, verso un obiettivo; quando si parla di apprendimento, ci si riferisce invece a una serie di “esperienze soggettive che consentono di spiegare l’inizio, la direzione, l’intensità e la persistenza di un comportamento diretto a uno scopo". (De Beni & Moè, 2000).

Per motivazione si intende  la forza della disponibilità a perseguire un obiettivo e la perseveranza per conquistarlo. Sono considerati motivanti gli sforzi per influire sulla disponibilità di una persona rispetto a determinate attività. 

Oggi la ricerca scientifica la definisce come un sistema dinamico, che dipende fortemente dal contesto educativo e dalle strategie didattiche. 

Le principali teorie sulla motivazione scolastica

Ma vediamo negli anni come si sono espressi gli esperti su questa tematica.

Molti considerano lo psicologo statunitense, A. Maslow l’ antesignano delle teorie sulla motivazione. A lui, infatti si fa riferimento come punto di partenza per gran parte degli studi su questa tematica. Egli, infatti, iniziò la sua carriera interessandosi proprio della motivazione e sintetizzò le sue ricerche nel testo “Motivazione e personalità” nel 1954.
Maslow ipotizza che la motivazione possa essere vista come la conseguenza di un insieme di bisogni e desideri ordinati gerarchicamente, secondo i quali l’uomo, che ha risposto ai suoi bisogni istintivi, può attuare e sviluppare le proprie potenzialità e raggiungere uno stato di benessere spirituale. Secondo questa concezione, infatti, non è possibile che un soggetto sia motivato ad esaudire i bisogni dell’essere, cioè i bisogni di crescita riconducibili alla vera essenza dell’uomo, senza prima aver risposto ai bisogni di mancanza, riconducibili a quelli più espressamente legati alla sfera della vita psicofisica. 
Nel contesto scolastico la motivazione dello studente è un concetto usato per spiegare la misura in cui gli studenti investono attenzione e impegno in varie attività. La motivazione all’apprendimento viene intesa come la carica propulsiva sottostante all’impegno, al coinvolgimento e alla perseveranza nelle attività di studio.                 
(A. H. Maslow, Motivazione e personalità, Roma, Armando, 1990 - trad. dall’inglese, Motivation and Personality, New York, Harper, 1954)

Tra la metà degli anni '50 e la metà degli anni '60 lo psicologo americano J. W. Atkinson, nei suoi studi, evidenzia come la motivazione sia strettamente collegata alla previsione del successo e come una persona sia disposta ad impegnarsi solo nel caso in cui la speranza di ottenere dei risultati positivi sia maggiore della paura di non riuscire, di non farcela. Nel momento in cui l’impegno e la costanza non portano al successo, nel soggetto emergono dei sentimenti negativi, quali la frustrazione e il senso di vergogna, che inducono a rinunciare all’attività. "Il fallimento ha perciò l’effetto di aumentare l’intensità della loro motivazione almeno per qualche tempo ma, in ultima analisi, l’interesse per il compito diminuirà se egli continuerà a fallire." (J. W. Atkinson, La Motivazione, Bologna, ed. Il Mulino, 1973, p. 612. (trad. dall’ingl. An Introduction to Motivation, 1964)

A differenza di Atckinson, il pedagogista francese C. Freinet  propone una pedagogia del fare, dove l’entusiasmo scolastico subentra quando lo studente sente che la sua attività ha un valore sociale e concreto. Non si scrive un testo per un voto ma per pubblicarlo su un giornale: saper che qualcuno leggerà il proprio lavoro crea una spinta fortissima all’impegno  e l’errore non è punito ma è visto come un passaggio necessario del proprio percorso di ricerca. Freinet fece notare come un cavallo che non ha sete non beve neppure se gli si immerge la testa a forza nell’acqua.
(C. Freinet, Detti di Matteo, Firenze, La Nuova Italia, 1962)

Secondo lo psicologo statunitense B. Weiner, la motivazione a scuola non dipende solo dai risultati ottenuti, ma dal perché lo studente crede che siano avvenuti. Nella sua teoria della dinamica attribuzionale si parla di locus of control relativamente all’abitudine dei soggetti di attribuire le cause di successi o insuccessi a se stessi o, invece, a fattori esterni da sé.

"Un soggetto in preda ad un senso di impotenza appreso attribuirà i propri successi a cause che non dipendono da sé, mentre si attribuirà la responsabilità delle situazioni negative e degli insuccessi, oltretutto convinto che ciò si replicherà per sempre e in ogni situazione. Esattamente il contrario avviene nei soggetti con un’alta autostima. Secondo questa teoria, infatti, gli individui cercano le possibili cause di successo o di insuccesso; la fortuna, l’impegno, l’abilità o la difficoltà del compito vengono prese in considerazione per valutare quanto è già accaduto. Rispetto alle valutazioni fatte, si prendono delle decisioni che portano ad un atteggiamento di rinuncia o di scoperta."
(B. Weiner, Die Wirkung von Erfolg und Misserforlg auf die Leistung, Stuttgart, Klett, 1975; Id., Motivationspsychologie, Weinheim, Beltz, 1984)

Secondo lo psicologo e giornalista statunitense D. Goleman, l’affettività svolge un ruolo notevole nel processo di apprendimento in quanto può bloccare oppure dare sicurezza al soggetto che sta imparando, può permettere o impedire il raggiungimento di risultati positivi, può, quindi, motivare e dirigere la vita del discente su un versante piuttosto che su un altro.
"Nella misura in cui le nostre azioni sono motivate da sentimenti di entusiasmo e di piacere – o anche da un grado ottimale di ansia – sono proprio tali sentimenti a spingerci verso la realizzazione."
(D. Goleman, Intelligenza emotiva, Milano, ed. Rizzoli, 1997)

Gli  psicologi americani Deci e Ryan, con la loro Teoria dell'Autodeterminazione (SDT) elaborata negli anni ’80, rimangono il punto di riferimento di alcuni studi attuali che confermano che la "motivazione autonoma" (quella che spinge a studiare per piacere o valore personale) fiorisce solo se il contesto soddisfa questi tre bisogni psicologici:

  1. Autonomia: sentire di avere un minimo di scelta nelle attività.
  2. Competenza: percepire di poter riuscire nel compito (sfide calibrate, non troppo facili né impossibili).
  3. Relazionalità: sentirsi connessi e supportati dai docenti e dai compagni.

Quando le persone sono libere di scegliere, si sentono più motivate  e se  l’ambiente (scuola,  famiglia…) supporta questi tre bisogni  fondamentali, mostrano maggior impegno, creatività e persistenza.  
È proprio su queste basi che poggia la didattica delle competenze, che, attraverso compiti di realtà che simulano sfide in contesti reali e valutazioni autentiche, aumenta la motivazione degli studenti.

Secondo questa teoria:

  • la motivazione intrinseca nasce dal piacere o interesse per l’attività stessa; 
  • la motivazione estrinseca nasce invece da ricompense esterne, pressioni, voti, premi, approvazione sociale, paura della punizione.
    (Approfondimenti nel pdf scaricabile - Motivazione intrinseca ed estrinseca)

Secondo Deci e Ryan, però, una motivazione nata dall’esterno (estrinseca) può essere interiorizzata gradualmente (intrinseca).  

Esempio:

  • all’inizio studio latino perché sono obbligato;
  • poi capisco che mi forma mentalmente;
  • infine lo considero parte della mia identità culturale.

Invece, negli ultimi anni, molti neuroscienziati e psicologi cognitivi hanno  mostrato che:

  • motivazione
  • ricompensa
  • abitudine
  • emozione
  • attenzione
  • autodisciplina… sono profondamente intrecciate.

Non esistono due sistemi completamente separati: "interno puro" vs "esterno artificiale".

Esempio:

  • un premio esterno può avviare un comportamento che poi diventa autenticamente apprezzato;
  • l’interesse spontaneo spesso nasce dalla competenza acquisita con sforzo;
  • routine e disciplina modificano il cervello e cambiano ciò che ci piace.

In altre parole: la motivazione è un processo dinamico, influenzato da molteplici fattori personali, sociali ed educativi

Secondo Daniela Lucangeli, attualmente uno dei più importanti esperti di psicologia dello sviluppo e delle neuroscienze, se l'ambiente scolastico genera "cortocircuiti emozionali" negativi, la motivazione scompare perché il cervello percepisce l'apprendimento come una minaccia al proprio benessere psicofisico. 

Il suo pensiero può essere riassunto in un'equazione neuro-psicologica di questo tipo: 
Emozione positiva + interesse = memoria a lungo termine

In base al concetto chiave della Lucangeli, la Warm Cognition (cognizione calda), la motivazione non deve essere estrinseca (studiare per il voto o per evitare la punizione), ma deve nascere dal piacere della scoperta. L'apprendimento caldo attiva il sistema di ricompensa del cervello, rilasciando dopamina, che non solo ci fa sentire bene, ma rende la memorizzazione più fluida e duratura. Al contrario, lo stress produce cortisolo, che a lungo andare è tossico per le cellule dell'ippocampo. 

Per trasformare la teoria della Lucangeli in pratica quotidiana, il segreto non è "fare di più", ma "fare diversamente", agendo sulla percezione che lo studente ha della propria capacità di riuscire. Ad esempio, invece di sottolineare solo gli errori in rosso, cerchiare in verde i passaggi corretti. Questo attiva il sistema di ricompensa dopaminergico, abbassando i livelli di cortisolo e predisponendo il cervello all'ascolto della correzione senza sentirsi "sotto attacco".

Oppure si possono usare dei mediatori didattici, perché la motivazione cresce quando l'astrazione diventa concreta, cioè attraverso l'esperienza multisensoriale. Ad esempio, per spiegare le frazioni, usare oggetti fisici (una torta, dei regoli, della cioccolata).
Il coinvolgimento dei sensi e del movimento stimola la plasticità neuronale molto più della semplice spiegazione alla lavagna e motiva lo studente ad impegnarsi.

Le neuroscienze cognitive offrono spunti fondamentali per comprendere i processi motivazionali. 

Gli studi dimostrano che il cervello rilascia dopamina, il neurotrasmettitore della gratificazione, quando si raggiungono obiettivi percepiti come significativi. Ciò implica che un sistema scolastico in grado di stimolare il piacere della scoperta e della riuscita favorisce una maggiore motivazione. La gratificazione immediata, tipica di alcuni ambienti digitali, può rendere difficile per gli studenti apprezzare l’impegno prolungato richiesto dallo studio.

Per contrastare questa tendenza, è utile adottare metodologie che prevedano il riconoscimento dei progressi graduali e la suddivisione degli obiettivi in tappe intermedie, in modo da fornire rinforzi positivi continui. Attività che permettono di sperimentare il successo personale, come progetti creativi, sfide didattiche calibrate sulle capacità degli studenti e approcci esperienziali basati sulla risoluzione di problemi concreti, generano un circolo virtuoso che alimenta l’interesse e il desiderio di apprendere.
(Approfondimenti nel pdf scaricabile - Come motivare gli studenti  a scuola)

Il ruolo della scuola e dei docenti

Ma la motivazione è importante solo per gli studenti?

Gli esperti sostengono che la motivazione è fondamentale per entrambi gli attori del rapporto educativo: il docente e lo studente.

  • Da una parte, il docente deve porsi degli obiettivi che solo attraverso la spinta motivazionale saranno più probabilmente attuati; quindi, potrà essere di supporto per i suoi studenti accogliendoli, aiutandoli, non giudicandoli ma alleandosi con loro per superare le difficoltà.
  • Dall’altra parte, la motivazione è necessaria allo studente per attivare un apprendimento efficace e non farlo sentire un mero contenitore di informazioni. 

La motivazione, quindi, può essere considerata il carburante dell’impegno e della perseveranza che portano alla conquista degli obiettivi di apprendimento-insegnamento

Quando un alunno non riesce ad apprendere, è ancor oggi dominante in molti sistemi scolastici, fra i quali quello italiano, la tendenza a dichiararlo sbrigativamente unico responsabile di ciò, perdendo così l’occasione di cercare eventuali limiti delle condizioni educative e di istruzione intenzionali.
In un sistema scolastico che spesso enfatizza la performance e il risultato più che il processo di apprendimento, molti studenti sperimentano così un senso di demotivazione che compromette il loro rendimento e la loro autostima.

Cosa deve fare, quindi, un docente?

Il docente dovrà prendere atto della situazione studiandola con strumenti idonei, quindi valutare la realtà nella quale opera, progettare le possibilità concrete di intervento e attuarle. Deve capire che gli studenti non rispondono alle iniziative motivazionali se vivono in un clima che suscita emozioni negative. Pertanto deve creare le condizioni che favoriscono la motivazione, cioè deve riuscire a costruire una comunità di apprendimento, cioè un luogo dove i bambini/ragazzi riescono ad apprendere anche grazie alla collaborazione con gli educatori e i con i compagni. Un docente empatico, in grado di ascoltare, valorizzare e incoraggiare, può stimolare una fiducia che si traduce in una maggiore predisposizione all’apprendimento.
La motivazione e la riduzione dell’ansia di uno studente di fronte ad un compito scolastico hanno luogo in gran parte proprio per mezzo di esperienze positive in classe!
Inoltre, un approccio educativo efficace non può limitarsi alla trasmissione di contenuti, ma deve mirare a creare un ambiente di apprendimento stimolante e coinvolgente. L’uso di metodologie attive e partecipative rappresenta una delle chiavi per risvegliare l’interesse degli studenti.
(Approfondimenti nel pdf scaricabile - Come motivare gli studenti  a scuola)
A scuola si possono favorire l’apprendimento e la motivazione conoscendone le dinamiche, adottando forme organizzative e metodi adatti, coltivando un clima relazionale coinvolgente, ma soprattutto con l’incoraggiamento e la solidarietà, la capacità di apprezzare le differenze, di scoprire le potenzialità di ciascuno. 

La professoressa Olga Bombardelli (Università di Trento) è attualmente una delle voci più autorevoli nel definire la motivazione come un processo che si costruisce, non come un dono innato. E in questo processo la scuola ha un ruolo molto importante.

“La riqualificazione del lavoro scolastico e la rieducazione devono aver luogo al più presto, non appena è stato diagnosticato il problema, cercando di prevenire più che ‘curare’, ma non si ottengono i risultati  desiderati se ci si limita a esercitazioni; nessuna terapia funziona se non si comprende la portata dei problemi del soggetto, se non si instaura un buon rapporto umano e non si imposta tutto il lavoro scolastico in modo idoneo”.
(O.Bombardelli, “Tutti bravi potenzialmente” in O. Bombardelli e M.Dallari (a cura di), La scuola alla prova, Trento, 2001)

La demotivazione non è un ostacolo insormontabile, ma un segnale che invita a ripensare il modo in cui l’educazione viene proposta, spingendo a una maggiore personalizzazione dei percorsi di apprendimento. 

Famiglia, valutazione e motivazione

E la famiglia?

La formazione delle nuove generazioni è molto importante. Essa contribuisce a sostenere il soggetto nella sua crescita, costruisce le basi per la sua vita e per un’autoformazione continua, tesa alla consapevolezza delle proprie potenzialità e alla responsabilità di fronte alle proprie scelte. 

Per la motivazione all’apprendimento si parla di una complessità nella quale sarebbero coinvolti più soggetti, tra cui la famiglia, la scuola, l’allievo, i mass - media e l’ambiente sociale specifico. 

La famiglia influisce in forma massiccia per fattori come: la struttura (famiglia intatta, nucleare, allargata, monoparentale ecc.), lo stile educativo, le amicizie, l’appartenenza socio-economica (reddito, istruzione, professione), le occupazioni del tempo libero, le opportunità di apprendimento extra scuola (enciclopedia, libri, giornali, giochi educativi, computer), l’eventuale appartenenza a gruppi culturali, sportivi, religiosi, i mezzi di trasporto, i viaggi, etc. 
Nella storia di apprendimento di parecchi studenti che rendono poco a scuola si trovano rapporti umani poveri sia in famiglia che tra le varie amicizie. 
D’altra parte anche presso alcuni insegnanti si possono riscontrare scarsa conoscenza dello studente, effetti pigmalione negativi, scarse aspettative o atteggiamenti di rifiuto, proposte didattiche troppo difficili, ripetitive e/o lontane dagli interessi. 
Occorre tener presenti tutte le variabili, a casa e a scuola,  per capire se si può generare un cambiamento positivo ed evitare conseguenze negative sulla costruzione dell’identità personale dello studente, sul suo apprendimento e sul suo comportamento. 

Preziosa è, quindi, la collaborazione fra scuola/famiglia, non solo negli Organi Collegiali, ma anche come occasione di confronto, di corresponsabilità, di abitudini educative concordate.  Purtroppo oggi la maggior parte delle famiglie  non percepisce la propria presenza nella scuola come occasione di partecipazione e di aiuto reciproco! Si spera che  le famiglie possano diventare presto un interlocutore più attivo ed incisivo, anche attraverso modalità  relazionali più coinvolgenti da parte della dirigenza e dei suoi staff  con i singoli docenti e alunni, le loro famiglie, nonché verso l’esterno della scuola.

Importanti sono anche le componenti socio/ambientali come: l’appartenenza (sub)culturale, il retroterra ambientale, i valori riconosciuti dalla comunità, le opportunità educative nell’ambiente (biblioteca, musei, associazionismo ecc.), le caratteristiche dell’ambiente geografico. 

Una conoscenza adeguata della situazione da parte dei docenti dipende non solo dalle strumentazioni più o meno sofisticate e scientifiche che usano (griglie di osservazione, testimonianze, interviste con i ragazzi, i familiari, altre figure di riferimento, prove tradizionali orali e scritte, prove analitiche, questionari), ma anche dalla loro empatia e disponibilità a comprendere le condizioni dei ragazzi. 
Gli insegnanti esperti sanno bene quanto sia importante osservare gli alunni, capire le loro peculiarità individuali, in stretta collaborazione con i colleghi. È importante che essi conoscano singolarmente gli allievi, il loro background personale e i loro interessi … prima di concentrarsi sulle loro lacune.  
L’atteggiamento di dialogo è preliminare per il raggiungimento di risultati positivi: sarebbe del tutto inutile (ci dicono le neuroscienze) operare in un clima punitivo e burocratico!

In ogni caso, per una molteplicità di aspetti, l’atteggiamento degli insegnanti e dei genitori nel quotidiano è il fattore più importante.

Non si può pensare di risolvere il problema dello studente demotivato disapprovandolo. Se un ragazzo con qualche difficoltà ha i genitori a casa che attivano meccanismi di rifiuto e insegnanti a scuola che lo mettono a disagio di fronte a tutti, gli verranno a mancare le premesse più elementari per imparare. Al contrario, un’atmosfera di apprendimento calda, sia a scuola sia a casa, favorirà la riuscita dei suoi sforzi. 

Per non parlare poi delle modalità di verifica e di valutazione, che  costituiscono non solo una parte integrante del lavoro formativo (modalità incoraggianti di valutazione sono più efficaci di atteggiamenti punitivi), ma anche uno dei maggiori motivi di contrasto scuola/famiglia.

Valutare dovrebbe significare prendere atto dei progressi nei vari ambiti di apprendimento e interpretare i risultati in un quadro globale che tenga presente sia la personalità del soggetto sia l’impostazione didattica. L’espressione di un giudizio può essere fattore di demotivazione o, invece, fornire un rinforzo, essere un mezzo d’incoraggiamento. 

Il ruolo dell’educatore è quello di facilitare l’apprendimento, non solo di giudicare

Per i ragazzi demotivati e insicuri serve una valorizzazione di ciò che è positivo nelle loro prestazioni. Le recenti ricerche delle neuroscienze ci spiegano come l’accumulo di frustrazioni porti a ridurre la motivazione e la disponibilità ad impegnarsi, provocando a sua volta profitti ancora più scadenti e quindi frustrazioni sempre più pesanti, finché si arriva molte volte all’abbandono degli studi.
Al contrario, occorre aiutare i ragazzi ad acquisire un’identità positiva; richiedere impegno, ma dare loro fiducia, speranza, sicurezza. 
Sono da prevedere, quindi, prove di verifica che possano offrire qualche possibilità di successo, in modo da rispondere al bisogno di autostima dei soggetti, farli stare meglio e portarli ad un profitto migliore.

La sfida sta proprio nel trovare un perno motivazionale sul quale fondare il processo di miglioramento.

L’impegno degli studenti è più elevato quando sentono che i loro educatori sono impegnati insieme a loro in questo processo di miglioramento, ma tendono ad allontanarsi dalle attività quando percepiscono il loro distacco.
La motivazione non è una realtà scissa dal contesto formativo generale. 

Essa è migliorabile con l’ausilio di conoscenze scientifiche aggiornate, con forme incoraggianti di insegnamento e di valutazione, con soluzioni operative valide nel quotidiano.
Il suo equilibrio è variabile: deve essere riconquistato ogni volta che lo studente progredisce e stabilisce nuovi criteri per considerare le proprie spinte interne e la realtà che lo circonda.
Alla fine, si può concludere che il dibattito sulla motivazione nasconde una domanda più profonda: che cos’è la scuola?

La scuola deve seguire gli interessi dello studente o introdurlo a qualcosa che ancora non conosce e non desidera?

  • Le pedagogie motivazionali moderne tendono verso la prima risposta. 
  • Le pedagogie classiche e molti critici contemporanei ricordano, invece, che:
    • il desiderio umano è educabile;
    • non sappiamo spontaneamente ciò che vale la pena conoscere;
    • molte cose diventano amate solo dopo uno sforzo iniziale.

Voi cosa ne pensate?

BIBLIO/SITOGRAFIA

  • C. Freinet, Detti di Matteo, Firenze, La Nuova Italia, 1962.
  • H. Maslow, Motivazione e personalità, Roma, Armando, 1990 (trad. dall’ingl., Motivation and Personality, New York, Harper, 1954)..
  • O.Bombardelli, (2001) “Tutti bravi potenzialmente” in O. Bombardelli e M.Dallari (a cura di), La scuola alla prova, Trento. 
  • Cornoldi C., De Beni, R. GRUPPO MT (2001). “Imparare a studiare 2”, Trento, Erickson.
  • De Beni R., Pazzaglia F., Molin A., Zamperlin C. (2003). “Psicologia cognitiva dell’apprendimento. Aspetti teorici e applicazioni”, Trento Erickson.
  • De Beni, R, e Moè, A. (2000). “Motivazione e apprendimento”, Bologna: Il Mulino.
  • Dweck, C. S. (2000). “Teorie del sé”, Trento: Erickson. 
  • B. Weiner, Die Wirkung von Erfolg und Misserforlg auf die Leistung, Stuttgart, Klett, (1975); Id., Motivationspsychologie, Weinheim, Beltz, (1984)
  • Motivazione in classe. Dall'approccio teorico alla quotidianità didattica
  • Che ruolo gioca la motivazione nell’apprendimento?
  • La motivazione: una prospettiva didattica

A cura di Viviana Rossi e Maria Enrica Bianchi

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