L’ interdipendenza tra il benessere psicologico della persona e l’apprendimento (quindi anche la qualità dell’insegnamento) ha basi scientifiche. Ce lo conferma anche Goleman.
La felicità, infatti, “aumenta l’attività di un centro cerebrale che inibisce i sentimenti negativi, aumentando così la disponibilità di energia insieme all’inibizione dei centri che generano pensieri angosciosi. Questa configurazione offre all’organismo un generale riposo, e lo rende non solo disponibile ed entusiasta nei riguardi di qualunque compito esso debba intraprendere ma anche pronto a battersi per gli obiettivi più diversi( Goleman, D. Intelligenza emotiva. Milano, Rizzoli, 1996).

Poiché tutti siamo diversi e unici, in una classe ci possono essere molti e diversi modi di apprendere e non certamente un unico modo! Eppure è ancora molto diffusa la pratica di un unico modello di insegnamento che prescinde dalle caratteristiche personali dell’alunno , in base alla convinzione che per imparare basta ascoltare le spiegazioni, impegnarsi e studiare. Se uno studente non impara con gli stessi ritmi e con le stesse modalità degli altri, basta insistere, accentuare l’allenamento, senza cambiare nulla nella proposta didattica. L’esatto contrario del modello di apprendimento evidenziato dalle neuroscienze.

Stop all'Educazione civica. Il Consiglio superiore della pubblica istruzione boccia la sperimentazione voluta dall'ex ministro perché "metterebbe in crisi l'anno scolastico”.
La “nuova” materia entrerà in classe solo nel settembre 2020... forse!
Ma è proprio nuova? No, l’educazione civica c’era anche prima.Non è mai stata né abolita né reintrodotta perché un insegnamento simile è già previsto dal 1999, anche se con nomi diversi: "Cittadinanza e Costituzione” o “Educazione della convivenza civile”. 
Ma vediamo cosa c’è di nuovo.

Siamo arrivati alla fine di un altro scolastico. Non intendiamo fare il resoconto di ciò che è successo, ma segnalare un clima diverso che incomincia a sentirsi in giro per le scuole italiane: il clima del cambiamento. Non politico, non normativo, ma funzionale, per vivere al meglio in questa nostra società che sembra andare sempre più veloce! Un cambiamento da vivere insieme, che richiede dirigenti illuminati, docenti sempre più preparati e studenti sempre più competenti.

Oggi non possiamo più pensare ad una scuola orientata esclusivamente al potenziamento delle abilità intellettive, a discapito di quelle emotive. La scuola rappresenta per il bambino/ragazzo un “luogo di vita”, in quanto contribuisce fortemente alla sua crescita e al suo sviluppo. Superare una visione statica dell’educazione, che fa prevalere solo gli aspetti cognitivi a scapito di quelli emozionali, permette di abbracciare l’idea che la pratica educativa debba considerare nel suo insieme intelletto ed emozioni.
Come? Attraverso l'Educazione Razionale Emotiva, una procedura psicoeducativa, nata in campo medico, ma diffusasi poi anche nell’ambito scolastico. Essa viene attuata attraverso un percorso didattico che conduce il bambino/ragazzo ad acquisire consapevolezza delle proprie emozioni e dei meccanismi mentali sottostanti e ad apprendere procedure per fronteggiare in modo costruttivo le difficoltà che può incontrare nell’ambiente scolastico e familiare. L’Educazione Razionale Emotiva mira a favorire il benessere emotivo del bambino e dell’adolescente e può essere intesa sia come prevenzione primaria che secondaria, in quanto può intervenire prima che si manifestino forme di disagio oppure sulle iniziali manifestazioni di malessere.
La filosofia di vita alla base dell’ERE, secondo lo psicologo Mario Di Pietro, è «Non sono gli eventi di per sé a creare sofferenza emotiva, ma il significato che diamo a tali eventi».

A scuola si usano da anni termini come controllo, interrogazione, correzione, sanzione … che si traducono in giudizi e voti. Oggi, però, si parla molto di valutazione  formativa, autentica, autovalutazione , ma in realtà cosa è cambiato realmente nelle classi? La valutazione dovrebbe essere uno strumento per l’apprendimento e diventare così uno dei mezzi più potenti non solo per migliorare i risultati degli alunni, ma anche per verificare se le strategie didattiche/metodologiche usate hanno permesso ad ogni alunno di fare i progressi previsti, di individuare gli elementi che sono stati di intralcio e quelli che possono essere migliorati.

Le notizie dell’ultimo periodo dimostrano con chiarezza che lavorare nella scuola, sia come insegnante sia come dirigente, sta diventando sempre più difficile e pesante.
Sono numerosi gli articoli, infatti, che riportano dati e numeri che dimostrano come il sovraccarico di lavoro generatosi negli ultimi anni sia oggettivo e difficilmente sostenibile nel lungo periodo.
Inoltre, la crisi dell’alleanza educativa è sempre più evidente. Gli esperti ci spiegano, che molti dei conflitti e delle tensioni che si registrano tra i diversi soggetti (docenti, studenti, genitori, dirigente scolastico...) trovano origine in atteggiamenti di natura emotiva che fanno percepire l’altro come minaccia o come nemico. Diventa indispensabile pertanto approfondire le questioni legate all’affettività per poter attuare un intervento pedagogico in grado di promuovere quelle competenze socio-emotive (Socio Emotional Skills - SES) indispensabili non solo a scuola, ma anche nel mondo del lavoro e nella società in genere.

Cosa è cambiato nella scuola? Chi è cambiato: lo studente o il docente?
Siamo di fronte ad un cambiamento globale che ha travolto tutto... anche la scuola. Sta aumentando enormemente la quantità di conoscenza e molti insegnanti si sono trovati nella situazione di non sapere più cosa insegnare, come insegnare, come trovare strumenti per vincere la superficialità dei ragazzi. Per non parlare delle nuove fonti di informazione e delle differenti modalità di apprendimento degli studenti. Sembra che i giovani imparino dappertutto fuorché a scuola! E nella situazione in cui siamo arrivati le competenze richieste ai docenti per creare ambienti di apprendimento significativi e coinvolgenti sono veramente tante.

Quali sono i problemi che affliggono la nostra scuola? Questa è la domanda che si pone Attilio Oliva, il presidente dell’ Associazione TreeLLLe, nella sua introduzione e guida alla lettura del Quaderno n. 15, uscito il 15 aprile 2019,  intitolato   “Il coraggio di ripensare la scuola”. La proposta è interessante: “...  ripensare con coraggio il proprio sistema scolastico sulla scorta (...) delle esperienze più efficaci dei paesi avanzati”  per riuscire a creare “una generazione di  giovani adulti più pienamente realizzati, in un paese che avesse deciso di investire in se stesso e nei propri cittadini.”

Stiamo vivendo un momento storico particolare: basta guardare un qualsiasi telegiornale per avere una chiara visione dei problemi che possono porsi i ragazzi di oggi. Nelle nostre classi non sempre si respira un ambiente sereno. La scuola e la classe dovrebbero, invece, essere il luogo ideale per potersi incontrare e interagire, con la giusta attenzione sia alle componenti cognitive sia a quelle affettive e relazionali. In classe dovrebbe star bene sia gli studenti sia i docenti ed è proprio per questo che è fondamentale l’educazione socio/affettiva che permette di creare situazioni d’apprendimento in cui poter star bene tutti, insieme, e lavorare in serenità.

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