Star bene a scuola

Giocando si impara

Cosa si intende per gioco?

Molti studiosi, provenienti dai vari ambienti di ricerca in campo pedagogico, psicologico, sociologico, storico, naturalistico ecc., hanno cercato di trovare una definizione precisa di gioco. Parecchi sono i punti in comune e le parole chiave ricorrenti, ma ci sono anche punti di vista non conciliabili, dovuti probabilmente alle loro diverse esperienze e alle motivazioni che li hanno spinti a fare le loro ricerche su questo tema.

Tra le molte definizioni, proviamo ad accennarne alcune (senza odine cronologico e d’importanza):
S. Freud, psicoanalista e filosofo, definisce il gioco come mezzo per l’elaborazione del lutto. Il contrario del gioco per Freud non è il serio, ma il reale.
M. Klein, psicoanalista dell’infanzia, dice che attraverso il gioco il bambino esprime i suoi fantasmi, i suoi desideri, le sue angosce.
K. Gross, psicologo e filosofo, interpreta il gioco come una preparazione alla vita adulta.
D. Winnicott, pediatra e psicoanalista, considera l’aggressività come motore dell’attività esplorativa, …nel fantasma inconscio che sottostà al gioco, crescere è per natura un atto di affermazione di sé.
J. Piaget, pedagogista e psicologo, connette il gioco allo sviluppo cognitivo del bambino e distingue tra giochi di esercizio, giochi simbolici e giochi di regole.
P. Parlebas, pedagogista, definisce il gioco come iniziazione alle regole e fattore sociale, che lascia al giocatore la possibilità di esprimere la propria personalità. Acquisizione delle regole e sviluppo dell’autonomia sono due ingredienti essenziali nell’educazione.
H. Scheuerl, pedagogista, considera il gioco come momento di libertà, di infinità interiore che tende a prolungarsi nel tempo e non è finito come il dovere.
J. Huitzinga, filosofo e storico, considera il gioco il fondamento della cultura e della società: un intermezzo della vita quotidiana indispensabile all’individuo (in quanto funzione biologica) e indispensabile alla comunità (in quanto funzione culturale).
E. Callies, sociologa, definisce il gioco come un atteggiamento libero, interiore, spontaneo e fine a sé stesso: un’esperienza concreta che parte dalla progettazione per arrivare alla realizzazione, in un’atmosfera rilassata.
L. Vygotskij, psicologo e pedagogista, considera il gioco essenziale per uno sviluppo complessivo del fanciullo e alla base della zona di sviluppo prossimale.
M. Montessori, pedagogista e filosofa, considera fondamentale mettere a disposizione dei bambini un ambiente adeguato e dei materiali che li stimolino a dedicarsi ad attività ludiche costruttive.
Molti biologi ed etologi definiscono il gioco come preparazione alla vita da adulto.
La Treccani ci propone questa definizione: Qualsiasi attività liberamente scelta a cui si dedichino, singolarmente o in gruppo, bambini o adulti senza altri fini immediati che la ricreazione e lo svago, sviluppando ed esercitando nello stesso tempo capacità fisiche, manuali e intellettive.
In ogni caso, la nozione del gioco ricopre diverse realtà: il gioco è un segno e un mezzo di sviluppo del bambino e luogo dell’espressione dell’inconscio, mezzo di apprendimento e fonte di piacere. Il gioco può essere spontaneo o fatto di regole, utilizza gli oggetti per giocare, ma anche i corpi, lo spazio e la natura.
Attraverso il gioco il bambino non impara solo a rapportarsi con gli altri, ma soprattutto affina le sue competenze corporee, percettive e creative. Nel movimento (correre, arrampicarsi, strisciare, gattonare, prendere e lanciare) integra i suoi riflessi, impara ad orientarsi nello spazio, ad affinare la propriocezione (la reazione dei muscoli agli stimoli esterni). Il movimento gli permette di sviluppare la motricità grossa e fine necessaria per l’apprendimento scolastico.
Attraverso la percezione sensoriale si appropria di tutte quelle informazioni necessarie a costruirsi la conoscenza dell’ambiente circostante.
Attraverso la manipolazione (tagliare, incollare, montare, smontare, impastare, costruire, deformare…) egli acquisisce l’abilità manuale e la coordinazione occhio-mano e mente-mano necessaria per trasformare i progetti in realtà concrete, dando così alla sua fantasia una legittimità necessaria al suo sviluppo costante.
(Che cos’è il gioco?)

Alcuni studi affermano che il gioco è un’attività che deve avere le caratteristiche che seguono.
• Deve essere spontanea: il gioco non dovrebbe essere mai imposto.
• Deve essere governata da regole che definiscano i limiti precisi all'interno del quale i giocatori hanno la possibilità di confrontarsi.
• Deve essere limitata nel tempo e nello spazio: deve iniziare, finire ed avere un ambiente preciso in cui essere svolta.
• Deve essere improduttiva: non deve portare benefici immediati, farci guadagnare qualcosa (occorre stare attenti che il gioco non si trasformi in qualcosa di diverso altrimenti lo si snatura e perde di efficacia).

In ogni caso gli esperti concordano nel dire che il gioco è utile per lo sviluppo psicologico e sostiene lo sviluppo delle strutture e delle funzioni cerebrali ancora in accrescimento; favorisce lo sviluppo cognitivo e socio-emotivo del bambino, la regolazione emotiva e riduce lo stress.

Insomma il gioco ci aiuta a crescere e ad appropriarci di tutte quelle competenze sociali necessarie per istaurare rapporti sani con gli altri. Nel gioco impariamo a rischiare, a negoziare, a sperimentare e vivere in pieno fantasia e curiosità.

Una ricerca americana alla Yale University ha mostrato che i bambini che giocano molto al gioco simbolico mostrano più facoltà di leadership a scuola, si comportano in modo più cooperativo e sono meno competitivi verso gli altri.
(Sigrid Loos e Karim Metref, Quando la testa ritrova il corpo, giochi ed attività per la scuola dell’infanzia, EGA, Torino 2003)

Pertanto, per gli insegnanti, adottare una didattica basata sul gioco non significa semplicemente far giocare gli studenti con un videogioco o trasformare le aule in un ambiente ludico, ma significa riuscire a creare una vera e propria esperienza di apprendimento completa in chiave ludica, nella quale i loro studenti restano coinvolti attivamente.

In un suo libro dal titolo Il giocattolo più grande, il matematico e pedagogista Lucio Lombardo Radice inserì un appassionato Elogio del gioco, nel quale chiedeva: Domanda (molto seria, vi prego di credere, cari colleghi insegnanti): ma perché per controllare quello che i vostri allievi hanno imparato, non fate in classe una palestra di giochi intelligenti, invece di interrogare?

Senza dimenticare l’importanza del gioco nell’evoluzione dell’educabilità: giocare è, innanzitutto, un modo di apprendere all’interno di una situazione “controllata”, in cui i rischi di una violazione delle regole sociali sono ridotti al minimo.

Approfondiremo l’argomento nei nostri 3 scaricabili:
1. Che cos’è il “gioco didattico”?
2. Perché giocare a qualsiasi età?
3. Aworld, l’App che guida alla vita sostenibile attraverso il gioco.


A cura di Viviana Rossi e Maria Enrica Bianchi

BIBLIO/SITOGRAFIA
• D.W.Winnicott, Gioco e realtà, Roma, Armando 1974
• P. Parlebas, Les jeux du patrimoine, Ed. EPS 1989, il gioco interviene spesso come una ritualizzazione della violenza. Le situazioni ludiche fanno passare a turno dall’aggressore all’aggredito. Questo rovesciamento dei ruoli, che appartiene alla grammatica del gioco, è molto interessante dal punto di vista pedagogico (ns.trad.)
• H. Scheuerl, Das Spiel, Berlin 1968
• A. Cecchini, Ancora homo ludens in AAVV: Giochi di simulazione, Ed. Zanichelli, Milano 1987
• E. Callies, Spielen, ein didaktisches Instrument für soziales Lernen in der Schule? 1976
• Sigrid Loos e Karim Metref, Quando la testa ritrova il corpo, giochi ed attività per la scuola dell’infanzia, EGA, Torino 2003
Competenze in gioco: corso di formazione online per docenti 
Giochi e risate in classe: sono riservati all’intervallo o possono diventare parte di una metodologia?
Che cos’è il gioco?
Giochi e apprendimento

 

 

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